Intervista a Nichi Vendola: «All'Italia serve una politica industriale»
Vincenzo Del Giudice - ilsole24ore.com
BARI - «Il racconto che io immagino rompe le porte blindate dell'economicismo. Produrre e distribuire ricchezza, promuovere il benessere di tutti, coniugare economia ed ecologia, trovare il giusto equilibrio tra profitto dell'impresa privata e valorizzazione dei beni comuni». Nichi Vendola, il governatore della Puglia cui piacciono i racconti, colui che ha deciso di sparigliare il centro-sinistra con la sua candidatura alle primarie parla di economia, Fiat, tasse e crisi. «Il dibattito dell'economia – dice – è asfittico e criptato, monopolizzato da tecnocrati, lobbysti e moralisti a libro paga. Un dibattito drammaticamente orfano di quell'etica della responsabilità che per me significa confronti con l'inviolabilità della vita e del vivente e porre un argine alla mercificazione del mondo. Cos'è la crisi? Una calamità naturale o il frutto avvelenato di quel potere soprannazionale della rendita e della speculazione finanziaria che ha umiliato il lavoro e ucciso milioni di imprese?».
Ecco, nel suo programma c'è una politica industriale?
Una politica industriale intanto bisogna avercela. Per Berlusconi è opzionale. Pare che la faccia spontaneamente il mercato. E in questa insostenibile leggerezza della politica l'Italia vive un vero e proprio processo di deindustrializzazione che è una tragedia civile e sociale. Non esiste un luogo in cui si discute di quali siano gli apparati industriali considerati strategici e come di conseguenza agire affinché essi possano radicarsi e rinforzarsi qui in Italia, di come possano internazionalizzarsi senza emigrare alla ricerca della manodopera al più basso costo, di come possano competere usando la chiave magica che apre la porta dei mercati globali: la qualità delle produzioni, il contenuto di innovazione dei prodotti. Non so se è una bestemmia dire che è necessario l'intervento pubblico in economia, che significa orientare e accompagnare le imprese, impedire che la costellazione di piccole aziende paghi in forme fatali il prezzo della crisi, promuovere la valorizzazione della presenza femminile e giovanile nel sistema economico, tutelare le conquiste sociali fondamentali, favorire un clima favorevole ai processi di innovazione, varare un Piano straordinario per il lavoro mirato al riassetto idrogeologico e alla cura del territorio.
Le si è detto molto contrario, dando la sua solidarietà ai lavoratori di Pomigliano, all'accordo proposto dalla Fiat. Che invece è stato ritenuto da molti, anche nel centro-sinistra, un fatto positivo.
La Fiat ha goduto di molti privilegi nella storia italiana. Non solo è stata monopolista nazionale dell'industria automobilistica ma è stata paradigma culturale su cui si è edificato il boom economico e un intero modello di sviluppo. L'Italia merita maggiore rispetto da parte della Fiat. A Pomigliano la Fiat ha scritto una pagina orribile di modernità ottocentesca.
Però delocalizzare è un diritto. O no?
Le delocalizzazioni non si possono impedire, certo, non a quelle imprese che abbiano investito e rischiato in proprio. Ma quelle che hanno beneficiato ciclicamente di ciclopiche risorse statali forse dovrebbero essere in qualche modo chiamate ad assumersi qualche responsabilità di tipo "patriottico". O per caso è stato Marchionne a finanziare la rottamazione delle auto?
Presidente, se lei diventasse capo del governo quale tipo di fiscalità attuerebbe?
Le tasse non sono un crimine o una patologia sociale: questa è stata la litania della destra planetaria. Piuttosto, l'evasione è un crimine, largamente incoraggiato dall'attuale classe dirigente berlusconiana. Le tasse sono un'architrave degli Stati moderni e rappresentano un nodo decisivo della perequazione sociale. La leva fiscale va alleggerita drasticamente nei confronti dei ceti popolari, ma anche nei confronti del sistema d'impresa la leva fiscale può essere usata per orientare scelte di modernizzazione. Non sono contrario alla Tobin tax e la carbon tax.
La crisi è ancora in atto, qual è la sua ricetta per uscirne?
Io penso che per fare ripartire l'economia bisogna uscire dall'angolo della superstizione liberista, in cui si canta il "de profundis" della spesa pubblica e si considera l'abbattimento del debito come una specie di dio pagano a cui sacrificare i poveri, le famiglie, le partite Iva, il welfare, e anche un pezzo di civiltà europea. Penso che oggi occorre sostenere la domanda interna, dare ossigeno ai ceti medio-bassi, aumentare l'area di consumo, sbloccare la spesa degli enti locali ibernata dalle ridicole penalità delle norme sul patto di stabilità. L'Italia affronta sacrifici durissimi senza alcuna prospettiva di crescita e un'intera generazione viene tagliata fuori dalla prospettiva del lavoro e del futuro.
Delinea una situazione tragica.
L'Italia sta precipitando in un buco nero, di un vuoto di classe dirigente, in una vertigine di pubblica immoralità. Serve ripartire proprio da questa nuova generazione, a cui non si può promettere la favola bella della flessibilità (una vita produttiva multidimensionale) e offrire poi l'incubo della precarietà.
SFIDA SULLE PRIMARIE
L'annuncio di Vendola
Circa un mese fa il governatore della Puglia Nichi Vendola lancia un sasso nelle acque del centro-sinistra e annuncia: mi candiderò alle primarie di coalizione in vista delle prossime elezioni politiche. Il suo proclama ha avviato il dibattito anche nel partito democratico fino a quel momento orientato ad appoggiare un'eventuale candidatura di Pier Luigi Bersani
Chiamparino raccoglie la sfida
Nei giorni immediatamente successivi all'annuncio di Vendola all'interno del Pd cominciano a circolare diversi di nomi di possibili competitor del governatore pugliese: da Enrico Letta a Matteo Renzi fino a Nicola Zingaretti. Finché il sindaco di Torino Sergio Chiamparino non si decide a rompere gli indugi. In un'intervista pubblicata sul Sole 24 Ore del 5 agosto il presidente dell'Anci si dice d'accordo a utilizzare le primarie per la scelta del futuro leader del centro-sinistra e al tempo stesso si dichiara pronto a raccogliere la sfida lanciata da Vendola
Il dietrofront di De Magistris
Tempo una settimana e anche l'europarlamentare dell'Idv Luigi De Magistris annuncia di essere pronto a correre alle primarie. In realtà già il giorno dopo l'ex pm ridimensiona le sue intenzioni, forse a causa della scarsa simpatia che il leader dell'Idv Antonio Di Pietro ha sempre manifestato per questo strumento
lunedì 23 agosto 2010
All'Italia serve una politica industriale
domenica 8 agosto 2010
La sinistra non tiene il passo di Fini
| BARBARA SPINELLI - lastampa.it | |
| Alla fine, la rottura fra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera è avvenuta sull’elemento che più caratterizza il regime autoritario di Berlusconi: il rapporto del leader con la legalità, quindi con l’etica pubblica. È ormai più di un decennio che il tema era divenuto quasi tabù, affrontato da pochi custodi della democrazia e della separazione dei poteri. Agli italiani la legalità non interessa, ci si ostinava a dire, né interessano la giustizia violata, la corruzione più perniciosa che è quella dei magistrati, l’obbligo di obbedienza alle leggi, il patto tra cittadini che fonda tale obbedienza. Anche per la sinistra, nostalgica spesso di una democrazia sostanziale più che legale, tutti questi temi sono stati per lungo tempo sovrastruttura, così come sovrastruttura era il senso dello Stato e della sua autonomia. Fini ha ignorato vecchie culture e nuovo spirito dei tempi e ha guardato più lontano. Ha intuito che uscire dalla crisi economica significa, ovunque nel mondo, uscita dal malgoverno, dai costi enormi della corruzione, dall’imbarbarimento del senso dello Stato. Ha visto che il presente governo e il partito che aveva fondato con Berlusconi erano colmi di personaggi indagati e spesso compromessi con la malavita. Ha visto che per difendere la sua visione privatistica della politica, Berlusconi moltiplicava le offese alla magistratura, alla stampa indipendente, alla Costituzione, all’idea di un bene comune non appropriabile da privati. E ha costretto il premier a uscire allo scoperto: lasciando che fosse quest’ultimo a rompere sulla legalità, sul senso dello Stato, sull’informazione libera, ha provocato un’ammissione indiretta delle volontà autoritarie che animano il capo del governo e i suoi amici più fedeli. In qualche modo, Berlusconi ha chiesto a Fini e ad alcuni finiani particolarmente intransigenti (Fabio Granata) di scegliere la cultura dell’illegalità contro la cultura della legalità che il presidente della Camera andava difendendo con forza. Non solo: più sottilmente ed essenzialmente, ha chiesto loro di scegliere tra democrazia oligarchica e autoritaria e democrazia rappresentativa. Il capo del governo infatti non si limita a anteporre la sovranità del popolo elettore alla separazione dei poteri e a quello che chiama il «teatrino della politica politicante». La stessa sovranità popolare è distorta in maniera micidiale, a partire dal momento in cui essa si forgia su mezzi di informazione (la tv) che il capo-popolo controlla in toto. La dichiarazione contro Fini dell’ufficio di presidenza del Pdl, il 29 luglio, erge i disvalori come proprio non segreto emblema quando afferma: «Le sue posizioni (sulla legalità) sono assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà». La sinistra non ha avuto né il coraggio né l’anticonformismo del presidente della Camera. Fino all’ultimo ha congelato la presa di coscienza italiana sulle questioni delle legge e della giustizia, ripetendo con pudibonda monotonia che «l’antiberlusconismo non giova al centrosinistra». E per antiberlusconismo intendeva proprio questo: combattere il Cavaliere sul terreno dell’etica pubblica, della legalità, della formazione dell’opinione pubblica attraverso i media. I problemi erano sempre altri: quasi mai erano la tenuta dello Stato di diritto, l’informazione televisiva manipolata, la corruzione stessa. C’erano sempre «questioni più gravi» da affrontare, più urgenti e più alte, prima di scendere nei piani bassi della legalità. L’incapacità congenita della sinistra di vietare a chi fa politica un conflitto d’interessi, specie nell’informazione, nasce da qui ed è destinata a divenire il vecchio rimorso e il vizio assurdo della sua storia. In fondo, venendo anch’egli da una cultura totalitaria, Fini ha fatto in questo campo più passi avanti di quanti ne abbiano fatto tanti uomini dell’ex Pci (lo svantaggio di tempi così rapidi è che le sue truppe sono labili). Questo parlar d'altro, di cose che si presumono più alte e nobili, è la stoffa di cui è fatto oggi lo spirito dei tempi, non solo in Italia. Uno spirito che contagia anche le gerarchie ecclesiastiche (non giornali come Famiglia Cristiana), oltre che molti moderati e uomini della sinistra operaista. È lo stesso Zeitgeist che in Francia, in pieno scandalo delle tangenti versate illegalmente da Liliane Bettencourt alla destra, spinge politici di rilievo a far propria l’indignazione dell’ex premier Raffarin contro la stampa troppo intemperante: «I francesi e i mezzi di comunicazione sono incapaci di appassionarsi per i grandi temi». Chi chiude gli occhi davanti al marcio che può manifestarsi nella politica sempre vorrebbe che i cittadini non vedessero la bestia, dietro l’angelo e i suoi grandi temi. Per questo la dissociazione di Fini dai disvalori del Popolo della Libertà non è una frattura del bipolarismo, né tanto meno un ritorno a vecchi intrugli consociativi. È il primo atto di un’uscita dall’era di Berlusconi, da una seconda Repubblica che non ha riaggiustato la prima ma ne ha esasperato monumentalmente i vizi: ed è un atto che per forza di cose deve essere governato da un arco di partiti molto largo. Il termine giusto lo ha trovato Casini: si tratta di creare un’«area di responsabilità istituzionale», non diversamente dal modo di operare di chi predispose il congedo dal fascismo. Nell’inverno scorso, lo stesso Casini parlò di Cln, il Comitato di Liberazione Nazionale che nel 1943 associò tutti gli oppositori al regime mussoliniano. Spetta a quest’area preparare elezioni davvero libere, dunque creare le basi perché le principali infermità della repubblica berlusconiana siano sanate. In seguito, il bipolarismo potrà ricostituirsi su basi differenti. | |
lunedì 2 agosto 2010
Precisazioni al comunicato del PD
Il circolo cassinese del PD, tramite un comunicato stampa, nel rispondere alle nostre osservazioni sulla vicenda dell'accordo-quadro con la comunità Pastorale, ci accusando di "livore" e, tirando fuori dalla naftalina le posizioni da noi assunte alle ultime elezioni comunali, ci imputa la loro sconfitta elettorale. Evita accuratamente, però, di entrare nel merito delle nostre critiche.
Purtroppo per loro le opinioni sono discutibili. I fatti, invece, no.
E i fatti dicono che i consiglieri in quota PD appartenenti al gruppo consiliare del Progetto Cassina, insieme ai consiglieri della lista civica Cassina-S. Agata, hanno votato a favore del provvedimento di Chiesura e del centrodestra, provvedimento che noi riteniamo lesivo della laicità delle istituzioni, del pluralismo e della tutela delle minoranze.
Il resto sono solo chiacchere che lasciamo volentieri ad altri.
Per ricostruire il centrosinistra, cassinese e nazionale, è necessario costruire una nuova narrazione, una nuova cultura politica. Per fare questo è necessario discutere di contenuti, anche in maniera aspra, se necessario.
Chi non è in grado di fare questo, ed utilizza come unici argomenti la logica di schieramento ed i tatticismi politici, si condannerà ad una eterna subalternità culturale prima ancora che politica.
Sinistra Ecologia Libertà
Circolo di Cassina De' Pecchi
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2 agosto 1980 - Bologna
Una tranquilla mattina d'estate, con la stazione affollata di treni e di passeggeri diret
ti verso i luoghi di vacanza. La stazione è il centro del sistema ferroviario italiano. Per andare da Nord a Sud e viceversa si passa per forza da Bologna.
Alle ore 10.25 si sente un gran boato proveniente dalla sala d'aspetto di seconda classe, proprio accanto al binario 1. Crolla un'intera ala della stazione, vengono devastati i treni fermi sui binari più vicini. E' una bomba.
Muoiono 85 persone, dai 3 ag
li 86 anni. Vittime del terrorismo fascista, come confermano le sentenze che condannano Mambro e Fioravanti come esecutori materiali. Come ricorda la lapide al primo binario della stazione.
Manca tuttora la verità su chi furono i mandanti. Sul perché di quegli 85 morti.
Oggi nessun esponente del governo è andato alla commemorazione per paura dei fischi di quei cittadini che a trent'anni di distanza chiedono a gran voce la verità.
Oggi, come ogni anno, una città intera chiede il perché del tanto sangue versato, da Ustica alla strage della stazione. Oggi come negli ultimi trent'anni attende ancora risposta.
Per approfondimenti:
venerdì 23 luglio 2010
Che fine ha fatto la laicità?
L'Amministrazione Comunale, con l'approvazione dell'accordo-quadro con la Comunità Pastorale che esclude le altre Associazioni operanti da anni nella realtà sociale di Cassina de' Pecchi, compie l'ennesima scelta clericale e ideologica, spogliandosi completamente delle competenze pubbliche e consegnandole ad una sola parte.
Ha cestinato così completamente il buon accordo precedente, che, pur valorizzando l'importante ruolo dell'Oratorio e della comunità cattolica, era aperto al pluralismo, al coinvolgimento delle istituzioni territoriali e salvaguardava la laicità delle politiche comunali.
Tutto questo per una precisa scelta ideologica dell'assessore competente Chiesura, che si dimostra ancora una volta insofferente verso il pluralismo, al pari dei più incalliti stalinisti sovietici.
Assente il consigliere di Rifondazione Comunista,l'opposizione (tra cui spicca la posizione del Partito Democratico)
CALA LE BRAGHE e VOTA A FAVORE,
con il solo voto contrario del consigliere Alessandro Patella di Cittadinanza e Cambiamento.
Cittadini, Vi invitiamo a riflettere su questa svolta preoccupante della politica cassinese, che vede le posizioni laiche, ampiamente diffuse tra la cittadinanza, quasi azzerate dall'azione della maggioranza consigliare e della quasi totalità della minoranza.
Sinistra Ecologia Libertà
Circolo di Cassina de' Pecchi
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mercoledì 21 luglio 2010
1° Congresso di SEL: documenti
venerdì 2 luglio 2010
Compagni che sbagliano
Sulla versione online de "Gli Altri - la sinistra quotidiana" è apparso un articolo, a firma Andrea Colombo, che parla delle condanne alle "Nuove BR", intitolato "105 anni per le nuove Br, ma nessuno sa quale reato abbiano commesso"
Traspare, da tutto il pezzo, il concetto, molto anni ‘70, della giustizia come “strumento di oppressione del proletariato”. Sembra che non abbia lasciato nessun segno Pasolini, quando diceva di stare con i poliziotti, perché i veri proletari erano (e sono, aggiungo io) loro.
L'articolo è contestabile sotto molti punti di vista.
Traspare, da tutto il pezzo, il concetto, molto anni ‘70, della giustizia come “strumento di oppressione del proletariato”. Sembra che non abbia lasciato nessun segno Pasolini, quando diceva di stare con i poliziotti, perché i veri proletari erano (e sono, aggiungo io) loro.
Un concetto che pensavo - speravo - ormai superato. Invece, proprio in una fase di "ricostruzione" delle basi culturali di una nuova sinistra, è necessario ridiscuterlo.
L'impostazione, comunemente chiamata "garantista", si basa sull'assunto di fondo che la magistratura e le forze di polizia sono strumenti in mano alle classi economiche dominanti, "sovrastrutture" in senso marxiano del termine, che vengono utilizzati per opprimere la classe operaia.
I fautori di questa tesi dimenticano, però, che magistratura e polizia sono inserite in un contesto ben diverso rispetto a quello dell'800: lì c'era una effettiva coincidenza di interessi, data da molti fattori, quali l'estrazione sociale di magistrati e dirigenti di polizia, le minori garanzie di autonomia e, spesso, l'effettiva direzione dell'azione penale da parte di organi politici.
Ora, grazie alla costituzione del 1948, che ci ha consegnato un sistema di effettiva divisione tra i poteri e di amplie garanzie giuridiche per gli imputati, e grazie alla profonda "rivoluzione sociale" dataci dal boom economico e dalle lotte degli anni '60 e '70, che ha portato tanti "figli di operai" in magistratura e ai livelli dirigenziali statali, comprese le forze di polizia, l'assunto iniziale appare esattamente ribaltato: ora polizia e magistratura sono le più importati - a volte le uniche - garanzie che le classi meno abbienti hanno per difendersi dai soprusi delle classi economicamente dominanti.
Il passaggio sul 41bis lo trovo poi al limite dell’allucinante.
Premessa: il 41bis è l'articolo della legge sull'ordinamento penitenziario (L. 354/1975), approvato nel 1986, che definisce il regime di "carcere duro" per gli imputati di reati di mafia e terrorismo.
Nell'articolo si definisce “tortura” il carcere duro, ingenerando immagini alla Guantanamo di cappucci e cavi elettrici, quando invece si tratta essenzialmente di uno stretto isolamento, allo scopo di impedire ai mafiosi e ai terroristi di continuare a dirigere l’organizzazione dal carcere. E di trasformare così la pena in una salutare vacanza.
Sembra che ci siamo già dimenticati delle feste di compleanno di Cutolo nella palestra del carcere.
Le vere forme di tortura e di barbaria sono altre.
Un paese democratico e di diritto non può accettare quella forma, stavolta reale, di tortura quotidiana che è l’oppressione mafiosa su larga parte del territorio nazionale.
Un paese civile non può accettare che le persone muoiano per le loro idee. E non dobbiamo correre agli anni '70. Ma al 1999, con Massimo D'Antona. E al 2002, con Marco Biagi.
Si dimenticano le minacce a Pietro Ichino, giuslavorista e parlamentare PD, quando si dice che i nuovi brigatisti "sconteranno anni e anni di galera per aver dato vita a un’associazione inesistente". Talmente inesistente da aver già fatto morti.
Poi magari si festeggia la sentenza a Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Dimenticando che anche lui non ha mai compiuto "un ferimento, un sequestro, una rapina".
La sentenza di Dell'Utri è ovviamente sacrosanta, così come quella ai nuovi brigatisti, perchè collaborare con chi ammazza, rapina, sequestra, ha lo stesso disvalore morale di compiere quei reati in prima persona. E, spesso, solo le collaborazioni rendono possibili quei reati.
Perché non c'è organizzazione mafiosa o terroristica che può vivere senza una rete di collaboratori e conniventi, senza covi, senza informatori, senza protezioni.
Direi che non sono assolutamente queste le basi sul tema giustizia per rifondare una nuova sinistra.
Bisogna smetterla di usare il concetto di “garantismo” come modo di difendersi DAL processo anziché NEL processo. Che poi è quello che quotidianamente quello che fa Berlusconi.
A guardare bene non è così strana la sua posizione: il suo principale avvocato, Pecorella, affonda le sue radici nella sinistra extraparlamentare: proprio quella che, negli anni '70, predicava la giustizia del popolo e l'oppressione dei magistrati e dei poliziotti.
Alessandro Simeone
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